Venezia, 31.03.1927, ore 17. E’ quasi sera. Grandi nuvole si rincorrono nel cielo primaverile. “Pinin” passeggia su e giù per il molo con la sua abituale impazienza......................
Il racconto potrebbe iniziare così. “Pinin” è il diminutivo usato dai familiari per indicare Giuseppe Paolo Vitrotti, operatore cinematografico. Venezia gli è cara. Appena sposato è stata méta del suo viaggio di nozze e di lavoro in quanto ha realizzato numerose fotografie artistiche della città. Vi ha girato poi un paio di film col regista Gaido (Il ponte dei sospiri nel 1921 e La congiura di San Marco nel 1924). Oggi sta iniziando un viaggio certamente più impegnativo.
A Trieste sono già stati caricati i numerosi ed ingombranti bagagli: casse e casse di materiale fra cui centinaia di pellicole e lastre fotografiche, cinquemila metri di pellicola cinematografica “Agfa”, due macchine da presa “Debrie”, due macchine fotografiche, obiettivi ed accessori. Lo scopo del viaggio è dunque per lui rivolto alle immagini: immagini di un paese poco familiare a quell’epoca. Il viaggio è stato ideato e progettato nelle sue linee generali dal capitano Attilio Gatti, capo della spedizione che si prefigge scopi artistici e documentari. Se si prefigge scopi economici questi saranno assolutamente estranei ai risultati della spedizione. L’andamento stesso sarà spesso influenzato e condizionato dagli aspetti economici, di carenza economica, per intenderci.
Chi fa parte della spedizione e quali sono gli intendimenti e i compiti dei partecipanti? Oltre al capitano Gatti che viaggia con la moglie e i due figli di otto e dieci anni, oltre a Vitrotti che ha con se la moglie e un aiutante, Carlo Franzeri, fa parte della spedizione il professor Lydio Cipriani, antropologo dell’Università di Firenze che è mosso da interessi antropologici e naturalistici.
Questo è il nucleo centrale della spedizione, che effettuerà l’intero viaggio programmato, attorno al continente nero: il “periplo africano”. Gli obiettivi iniziali prevedono infatti di compiere l’intero percorso, ma di abbandonare la nave ad un certo punto per addentrarsi nell’interno e realizzare le attività in programma, fra cui la realizzazione di un film interpretato da attori bianchi ed africani. A questo fine si sono imbarcati alcuni attori fra cui una diva del muto, Dolores Del Rio e il conte Vittadini che ha da poco intrapreso la carriera artistica.
Il viaggio inizia e il gruppo dei cinematografari è subito attivo: infatti viene realizzato nel primo periodo del viaggio il film “Il vello d’oro”, girato quasi esclusivamente sulla nave, con coinvolgimento di tutti i presenti, ad esempio nella simulazione di uno sgombero della nave per incendio.
Durante il viaggio il gruppo fa conoscenza con altri viaggiatori che effettuano lo stesso percorso iniziale con diverse destinazioni finali. Fra questi, in particolare, un anziano missionario che conosce assai bene molte zone africane. In base alle notizie da lui raccolte risulta che la meta prefissa inizialmente per addentrarsi nell’interno, il Gabon francese, presenta notevoli rischi per la salute poichè è diffusa un’epidemia di febbri tropicali. Come alternativa però, il padre descrive alcune zone che per la sua conoscenza presentano ambienti più agevolmente percorribili e in linea di massima più salubri. Infine la scelta cade sullo Zululand: si progetta di lasciare la nave a Durban per dirigersi all’interno del Natal, puntando su Eshowe e addentrarsi poi nel territorio degli Zulu.
La decisione però ha effetti che rivoluzionano il primo disegno: in particolare le leggi locali non consentono la lavorazione di un film in cui si trovino assieme attori bianchi e neri. Ne consegue un drastico cambiamento di programma: gli attori bianchi proseguiranno il viaggio verso l’Italia e ci si propone un nuovo obiettivo, pieno di incognite, ma anche di fascino: realizzare un film interpretato unicamente da “attori” africani.
Naturalmente gli attori si devono trovare ed inventare fra la popolazione zulu. Ed è questo l’aspetto più impegnativo.
Nasce così un soggetto, una storia, che serve da filo conduttore del film nel quale compaiono momenti della vita reale del villaggio zulu: danze rituali, feste, momenti tipici tribali. Alcuni “personaggi” poi sono interpretati da autentici personaggi: il capo Xipooso che accetta di impersonarsi in un episodio topico nel film, lo stregone, la pitonessa.
Gli zulu si rivelano attori molto validi, spontanei nella “recitazione”, si muovono sul set con molta naturalezza. L’unico piccolo neo è che talvolta sul set non si presentano affatto perchè..... non ne hanno voglia.
Non ne hanno voglia perchè a loro va bene così. E non servono motivazioni economiche. E’, evviva, una libera manifestazione della loro volontà. E non certo perchè siano sempre scansafatiche, perchè nei momenti in cui la troupe si disloca in un set diverso, e magari distante chilometri, gli attori si prestano a trasportare le attrezzature, tutti, prima attrice compresa, che un giorno sorprende i presenti trasportando, in bilico sul capo, una pesante cassa. Il divismo evidentemente non è un aspetto congeniale a questi meravigliosi attori.
Un altro, per così dire, difetto è l’eccessivo verismo: in una scena in cui il protagonista, legato a un albero, è sottoposto a una sorta di giudizio di Dio, attorniato da guerrieri che tentano di colpirlo con le zagaglie, il protagonista riceve, non per finzione, una ferita da taglio, il che induce Vitrotti a girare “al contrario” la scena: la zagaglia parte a contatto del corpo del protagonista per allontanarsene e, stampata al contrario, il verismo della scena è assicurato, assieme all’incolumità del protagonista.
Altra caratteristica è l’ingenuità: di fronte a un fonografo dal quale esce la voce di un cantante non sanno capacitarsi e continuano a cercare attorno, sotto il tavolo, dove sia chi canta. Uno zulu cui è stata regalata la propria fotografia, omaggio di solito molto gradito, la restituisce con espressione rattristata e allarmata; spegazione: l’immagine non lo rappresenta a figura intera e lui si sente.... amputato e molto preoccupato; basta un’immagine intera e torna a sorridere.
E così, anche se non a ritmo serrato, la lavorazione del film procede verso la conclusione. Ma la mancanza di previsione e di programmazione comincia a produrre i suoi effetti dal punto di vista economico. Gli ultimi tempi vedono Vitrotti molto impegnato a dare un contributo artistico sì, ma molto finalizzato economicamente.
L’albergo di Eshowe, di proprietà di due giovani che i coccodrilli di un vicino corso d’acqua avevano reso orfani, riceve una parte del pagamento consistente sia in fotografie, da cui saranno derivati depliants, carta intestata e cartoline, che in un cortometraggio, ad illustrazione delle caratteristiche dell’albergo.
I giornali locali pubblicheranno in questo periodo numerosi articoli illustrati dalle immagini fotografiche opera di Vitrotti, che vengono compensate generosamente: una sterlina oro per ogni fotografia pubblicata.
In quel periodo Vitrotti trova anche il modo di imbarcarsi su una baleniera e girare un documentario sulla vita delle balene. Questo, ed un altro girato nelle isole dei pinguini, saranno poi al ritorno forniti all’Istituto Luce.
Infine, dopo alcuni altri sacrifici consistenti nella vendita di una delle due macchine da presa e di una delle macchine fotografiche, giunge il tempo di riprendere il viaggio verso la terra nativa.
Dopo l’arrivo Vitrotti è impegnato, come il ruolo dell’operatore di quel tempo prevedeva, nel montaggio del film, che vede la luce nei primi mesi del 1928, con il titolo di “Siliva Zulu”. Siliva è il nome del protagonista ed anche il nome proprio dell’attore principale, così come Mdabuli è la prima attrice e Numazindela, il rivale.
Il film sarà proiettato a Milano, Roma, Torino, con una grande presentazione di critica, ma vivrà una breve stagione. Nel frattempo il cinema è diventato sonoro e i film muti sono nel complesso sorpassati.
Anche il momento socio-politico, nonostante il tentativo di rendere gloriosa l’impresa con alcune roboanti presentazioni, non è il più favorevole ad un film che, lungi dal mostrare africani bisognosi di ricevere la luminosa civiltà, mostra gli aspetti culturali di un gruppo etnico attraverso l’interpretazione di suoi attori.
Una copia del film sarà affidata a Vitrotti per eventuali futuri accordi con altri paesi europei. Quella copia, conservata dalla famiglia Vitrotti per quasi settant’anni, viene consegnata nel 1995 al Museo del Cinema di Torino per essere riprodotta in materiale non incendiabile ed utilizzata a scopi culturali. Purtroppo il Museo del Cinema non realizza quanto previsto e la copia, non più in ottime condizioni, viene consegnata alla Fondazione Cineteca Italiana di Milano nel 2001. L’archivio Vitrotti ne conserva una registrazione su dvd.